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Ubicazione

Difficoltà percorso

Lunedì, 13 Settembre 2021 20:42

Tarantolino

Il Tarantolino (Euleptes europaea) è un sauro endemico del Mediterraneo, a distribuzione tipicamente relitta (in passato era cioè molto più diffuso) e principalmente insulare. È diffuso in poche località lungo le coste italiane settentrionali, in Sardegna e isole parasarde, in Corsica e in gran parte delle isole tirreniche. Nell’Arcipelago Toscano è presente in tutte le isole tranne che a Gorgona. Vive soprattutto su muri a secco, ruderi, habitat rocciosi, sotto cortecce di alberi morti e sotto sassi o laterizi. Si trova soprattutto a livello del mare, lungo la costa. È un geco di piccola taglia (circa 5 cm di lunghezza negli esemplari adulti), dal corpo appiattito e dalla coda fortemente slargata, soprattutto quando ricresciuta. Il corpo è traslucido con colorazione variabile, rosa, giallina o biancastra, con bande dorsali e macchie irregolari scure. La coda presenta anelli alternati chiari e scuri. La parte inferiore delle dita è caratterizzata da un primo paio di lamelle sottodigitali a forma di foglia, mentre le altre serie sono a singole lamelle indivise, larghe tanto quanto la larghezza del dito. I maschi sono solitamente più piccoli delle femmine, e presentano speroni appuntiti ai due lati della base della coda. Nelle femmine è invece evidente in trasparenza un grosso paio di ghiandole biancastre ai lati del collo. A differenza di tutti gli altri rettili dell’Arcipelago (lucertole e serpenti), i gechi emettono suoni articolati e diversi a seconda della situazione (allarme, difesa, interazioni con altri adulti), facilmente udibili dall’orecchio umano, i cui aspetti e differenze individuali, di età o stagionali non sono ancora noti. È una specie piuttosto elusiva, mimetica, vive preferenzialmente in piccole cavità. Questo comporta una grande difficoltà nell’avvistare gli esemplari. Sembra comunque che la densità delle popolazioni micro-insulari sia maggiore rispetto a quella che si riscontra nelle località continentali e nelle isole di maggiori dimensioni. Non si conosce bene il modo di utilizzo del territorio in cui termoregola, si sposta e si accoppia. È una specie ad attività prevalentemente notturna. Si ciba in genere di piccoli artropodi e loro larve. È una specie ovipara. Le conoscenze sulla biologia riproduttiva sono ancora scarse. Sembra che possano essere prodotte 2-3 covate, ciascuna composta da 2 o 3 uova. Sono noti casi di siti di deposizione utilizzati in comune da più femmine. La specie è protetta a livello europeo dalla Direttiva habitat e dalla normativa regionale.

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Euleptes europea 2

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Lunedì, 13 Settembre 2021 21:24

Ramarro occidentale

Il ramarro occidentale (Lacerta bilineata) è un sauro diffuso in tutta l’Italia continentale e peninsulare, in Sicilia e in alcune isole minori. Nell’Arcipelago Toscano è presente solo all’Isola d’Elba. Si trova in habitat terrestri ovunque ci sia una copertura vegetale sufficientemente fitta e continua: cespugliati, radure erbose, macchia, pietraie, margini di bosco, e comunque in luoghi ben esposti e assolati. E' presente dal livello del mare sino a circa 2000 m. È un sauro di grande taglia e può raggiungere i 45 cm di lunghezza (coda compresa) per circa 85-100 g di peso. La colorazione del dorso è verde brillante con il ventre giallastro. Durante il periodo riproduttivo, specialmente nei maschi il capo si colora di un azzurro intenso. Le femmine sono spesso caratterizzate da due strie dorso laterali di colore bianco con bordo scuro. I maschi hanno capo e dimensioni complessive maggiori delle femmine. È una specie relativamente comune, ma difficile da osservare a causa della grande distanza di fuga. È fortemente territoriale. Si ciba prevalentemente di artropodi e loro larve, piccoli sauri anche della sua specie e piccoli serpenti. Occasionalmente è stato osservato cibarsi di bacche e piccoli frutti. È una specie ovipara. L’accoppiamento avviene da maggio a giugno e vengono prodotte da 5 a 20 uova per covata. Occasionalmente può avere luogo una seconda deposizione. È inserita nell’allegato IV della Direttiva Habitat (1992), in allegato II della Convenzione di Berna (aggiornato 2002) e protetta a livello regionale dalla Legge Regionale 56, 6 aprile 2000 (Allegato B).

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Lunedì, 13 Settembre 2021 21:28

Vipera comune

I serpenti sono tra gli animali più temuti dall’uomo e nella regione mediterranea le vipere sono, giustamente, considerate pericolose per le conseguenze del loro morso. La vipera comune (Vipera aspis) non è un animale aggressivo e attacca l’uomo solo se disturbata o calpestata. Il veleno viene iniettato tramite due denti ed è sufficiente ad uccidere, in breve tempo, i piccoli animali di cui si nutre. Per un uomo il tempo d’azione del veleno è di 3-6 ore e quindi lo sfortunato, o meglio sbadato, escursionista ha tutto il tempo di fasciare e immobilizzare la zona, per poi recarsi nel più vicino ospedale. L’azione del veleno sull’uomo è raramente mortale e dipende dalle condizioni del morsicato, dalla zona interessata e dalla quantità di veleno inoculata, ma generalmente non è sufficiente per uccidere una persona. Un eccessivo allarmismo è da condannare perché può essere più dannoso del morso del rettile. Potremmo essere certi di trovarci davanti ad una vipera comune se osserviamo il muso distintamente rivolto all’insù, la testa subtriangolare e appiattita, la coda tozza e tronca e l’occhio con iride giallastra e pupilla verticale, come fosse una fessura. La variabilità dei disegni dorsali della Vipera aspis ha dato origine alla classificazione di una serie di sottospecie. Le popolazioni elbane sono morfologicamente simili a quelle presenti nel resto della Toscana e dell’Italia centro settentrionale e vengono ascritte alla sottospecie Vipera aspis francisciredi. Si tratta quindi di una discendenza della popolazione originaria giunta sull’isola nel Quaternario, quando esisteva ancora il collegamento con il continente. La vipera di Montecristo si differenzia per alcuni caratteri morfologici ed osteologici e viene uguagliata alla Vipera aspis hugyi presente nell’Italia meridionale e nella Sicilia. La sua presenza è quindi spiegabile solamente ipotizzandone l'introduzione operata da parte dell’uomo in epoca storica. La leggenda narra che i Cartaginesi solevano scagliare i rettili a bordo delle navi nemiche, prima dell'abbordaggio. I luoghi preferiti da questi serpenti sono gli spazi aperti e assolati con scarsa vegetazione come sassaie e muretti. Da ottobre ai primi giorni di marzo le vipere, da sole o con altri rettili e anfibi, si rifugiano in tane sotterranee, fessure del terreno o muri a secco ed entrano in uno stato di latenza, isolate dall’esterno quanto basta per impedire alla temperatura di scendere sotto la soglia tollerabile. La vipera comune non sembra avere predatori abituali, occasionalmente può essere il pasto di carnivori, come la martora, il cinghiale e il riccio, o alcuni uccelli (corvi, aquile, fagiani). L’uomo costituisce il suo nemico più temuto, infatti, reputando questi serpenti pericolosi non esita ad ucciderli quando li incontra. Ne sa qualcosa la biscia dal collare (Natrix natrix), presente anche all’isola d’Elba, che anche se innocua e non mordace, assomiglia talmente alla vipera da essere spesso confusa e per questo uccisa. La vipera comune adulta ha una lunghezza media di circa 60 cm (lunghezza massima registrata in Italia 82 cm), il corpo è tozzo e la coda corta. La colorazione e i disegni del corpo sono molto variabili: superiormente può presentarsi da grigia a giallastra da nera a rossastra, con disegni trasversali variamente sviluppati; inferiormente può essere da nera a giallastra, con gola biancastra e coda con apice normalmente giallo o rosso. Questa variabilità nella colorazione, a cui si deve la differenziazione in varie sottospecie, sembra legata all’habitat, all’età, e alla stagione. Il veleno, con cui uccide le sue prede, viene inoculato tramite due denti superiori canalicolati ed in connessione con la ghiandola del veleno, che a riposo tiene ripiegati nel palato. Il fatto di essere un animale a sangue freddo lo rende dipendente dalle temperature esterne. La temperatura minima che può sopportare è di -2°C ed è capace di muoversi solo se la temperatura esterna è compresa tra i 5°C e i 37°C, necessita comunque di una temperatura di almeno 15°C per attivare la digestione delle prede ingerite. E’ questa dipendenza dalla temperatura esterna che determina in generale il comportamento dei serpenti. Ad aprile-maggio si hanno gli accoppiamenti, il maschio riconosce la presenza di femmine riproduttive da speciali stimoli olfattivi e dopo combattimenti ritualizzati con altri esemplari dello stesso sesso inizia la fase di accoppiamento che dura circa 2-3 ore. I maschi escono dai rifugi invernali in media 15 giorni prima delle femmine, entrambi cercano un luogo soleggiato e passano alcuni giorni a riscaldarsi ai raggi solari. Si tratta di una specie vivipara e le femmine partoriscono mediamente 4-9 piccoli (2-20 come valori estremi) del peso di circa 9 g e lunghi 12-22 cm. I piccoli nascono da metà agosto a ottobre, dopo 3-4 mesi di gestazione e sono perfettamente autosufficienti. La madre dopo il parto o cerca un rifugio per l’inverno oppure, se le condizioni climatiche sono favorevoli, si prepara a un secondo periodo di accoppiamento autunnale. I piccoli di vipera già alla nascita hanno un apparato velenifero funzionante ed un veleno più attivo di quello degli adulti e dopo aver compiuto la prima muta cercano un luogo adatto in cui svernare. Una vipera comune adulta effettua nell’arco di un anno 2-3 mute e non di rado capita di imbattersi nella pelle abbandonata di questo o di altri serpenti. La vipera comune allo stato naturale vive in media 8-9 anni, ma può arrivare anche a 25 se tenuta in cattività, e raggiunge la maturità sessuale dopo il quarto anno il maschio ed al terzo-quarto anno la femmina. La vipera comune si nutre principalmente di piccoli roditori (topi, arvicole) e lucertole e contribuisce attivamente nell’impedire un’esplosione demografica di questi animali. Ha bisogno di mangiare un pasto delle dimensioni di una piccola preda (7-25 g) ogni 4-12 giorni.

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Lunedì, 13 Settembre 2021 21:50

Tartaruga comune

La tartaruga comune (Caretta caretta) è una specie ampiamente distribuita in tutto il Mediterraneo, dove effettua migrazioni e spostamenti regolari. Può spingersi a grandissima distanza dalle coste e ad una notevole profondità, anche più di 100 m, ma solitamente si aggira presso le coste rocciose, le lagune, le grandi insenatura e le foci dei fiumi. Nell'Arcipelago Toscano è possibile osservarla occasionalmente. E’ la più piccola tra le tartarughe del Mediterraneo, può raggiungere i 110 cm di lunghezza, con un peso che va dai 100 ai 180 kg e si stima che possa vivere tra i 13 e i 30 anni. Il carapace marrone-rossiccio nei giovani presenta una carenatura dorsale dentellata, mentre il piastrone è di colore giallastro. La testa è ricoperta di squame e due paia di squame prefrontali sono presenti anche tra gli occhi. Una caratteristica distintiva tra il maschio e la femmina è nella coda, decisamente più lunga nel maschio. In base ai dati a disposizione, sembra che nel Mediterraneo la tartaruga comune, Caretta caretta, possa nidificare quando raggiunge circa 60 cm di lunghezza, taglia che si assume possa essere raggiunta oltre i 10 anni. La deposizione solitamente avviene di notte e rilascia dalle 40 alle 190 uova bianche, sferiche, con una consistenza simile al cuoio. La dimensione delle uova dipende da quella della madre, ma mediamente il diametro si aggira sui 4 cm per un peso medio di circa 35 g. Il periodo della deposizione in Mediterraneo va dalla tarda primavera agli inizi di autunno e, probabilmente, consta di un numero variabile tra 1 e 3 deposizioni per ogni stagione. Nel Mediterraneo i siti di deposizione si trovano prevalentemente a est e comprendono le coste della Grecia, Turchia, Cipro e Libia. La dieta comprende sia organismi bentonici che animali planctonici come alcune meduse (la caravella portoghese, Physalia physalia, temibile e spesso mortale per l'uomo) e alcuni organismi dalla consistenza gelatinosa che formano colonie lunghe parecchi metri come le salpe. Si ciba inoltre di pesci come i cavallucci marini e pesci ago che frequentano le praterie di Posidonia. A volte, in acque poco profonde, ricerca aragoste, granchi e gamberetti e numerose specie di molluschi che frequentano rocce e coralli. Purtroppo, possono ingerire qualsiasi materiale rilasciato dall’uomo nella colonna d’acqua durante immersioni e spedizioni, alcuni dei quali possono essere molto tossici. Infatti queste tartarughe spesso ingeriscono oggetti di plastica, palle di catrame, petrolio ed olio. Palle di catrame e sacchetti di plastica che risultano molto simili alle loro prede preferite, ovvero meduse e organismi di consistenza gelatinosa, sono molto pericolosi considerando che il loro canale digerente è condiviso con l’apparato respiratorio e di conseguenza possono morire per soffocamento. Inoltre questi oggetti contengono sostanze tossiche come i policlorobifenili (PCB) che sono gli idrocarburi clorurati più tossici. Dall'analisi dei dati dei ritrovamenti di carcasse di tartarughe o di individui in difficoltà raccolti nell'Arcipelago Toscano e sulla costa toscana raccolti dal 1990 emerge purtroppo in media un aumento ogni anno di circa 2 individui fino a 50 ritrovamenti annui. All'Isola d'Elba si sono verificati 2 eccezionali nidificazioni: nel 2017 a Marina di Campo ed il 2018 in Loc. Straccoligno con la nascita rispettivamente di 98 e 67 piccoli. In particolare la nidificazione del 2017 è stata la prima registrata in Toscana e una delle più settentrionali avvenute nel Mediterraneo. Particolare il luogo scelto dalla tartaruga, in mezzo ad una spiaggia attrezzata, e la possibilità di monitorare tutte le fasi, dalla deposizione, all'osservazione dell'uscita dei piccoli fino allo studio del nido a seguito della schiusa. A seguito di quell'evento che ha avuto un notevole risalto mediatico, Legambiente Arcipelago Toscano ha organizzato gli anni successivi attività di monitoraggio delle spiagge per scoprire e proteggere eventuali altri nidi e di sensibilizzazione sull'importanza di questi affascinanti rettili marini.

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Martedì, 14 Settembre 2021 06:59

Cassandra

Zerynthia cassandra è stata solo recentemente riconosciuta come specie distinta da Zerynthia polyxena. La Zerynthia era stata segnalata all’Elba nel 1932 e grazie ad alcune differenze con le popolazioni continentali la popolazione elbana è stata descritta come sottospecie endemica (Zerynthia polyxena linnea). Successivamente nessuno l'ha più segnalata per più di settanta anni sull’isola. Solo nel 2008, grazie alle indicazioni di alcuni fotografi e all’attività di Ornella Casnati, è stata ritrovata all’Elba in diverse località alle pendici del Monte Capanne. A seguito di questo ritrovamento è stato realizzato uno studio che potesse rivelare se l’attribuzione a una sottospecie endemica fosse giustificato. Lo studio ha mostrato che sebbene la popolazione elbana sia simile a quella toscana, gli apparati genitali di Z. polyxena su tutto l’areale di distribuzione hanno due forme ben distinte senza mostrare popolazioni intermedie. Per questa ragione, le popolazioni italiane fino a sud del Po sono state attribuite alla specie Z. cassandra endemica dell’Italia peninsulare, mentre le restanti popolazioni appartengono a Z. polyxena. L’esistenza di questa specie e la sua presenza all’Elba, rappresenta una delle più belle e importanti scoperte sulle farfalle dell’Arcipelago Toscano. Vola in un ristretto periodo che va dall’inizio di marzo alla metà di maggio. La larva si nutre esclusivamente di Aristolochia rotunda e Aristolochia lutea, una piccola pianta di cui sfrutta le sostanze tossiche per rendersi inappetibile ai predatori. Per segnalare la sua pericolosità la farfalla ha colori sgargianti e il bruco porta spine dall’intenso colore arancione. La necessità di nutrirsi di una pianta ecologicamente molto esigente ha comportato il suo declino in varie zone del suo areale ed è per questo protetta da norme nazionali ed europee. La popolazione elbana è a rischio diestinzione perché vive in un’area di pochi kmq tra l’abitato di San Piero e Vallebuia. Il Parco Nazionale in collaborazione con l’Università di Firenze e il Circolo Arcipelago Toscano di Legambiente nell’ambito delle attività di gestione del Santuario delle farfalle Ornella Casnati effettua interventi per favorire lo sviluppo delle Aristolochia effettuando dei tagli puntuali della vegetazione che ostacola lo sviluppo di queste pianticelle fondamentali per il mantenimento della popolazione della Cassandra.

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Martedì, 14 Settembre 2021 07:03

Lycaeides villai

E’ questa una delle farfalle più interessanti dell’Arcipelago Toscano. La scoperta di una piccola popolazione di Lycaeides nei pressi del Monte Capanne risale al 1958 e fu inizialmente classificata come Lycaeides argus (una specie comune in Italia e in Europa). Studi successivi hanno però dimostrato che gli esemplari dell’Elba sono più simili a Lycaeides bellieri (un endemismo sardo-corso). Esami ancora più approfonditi della forma delle larve, delle crisalidi e degli adulti suggeriscono però l’ipotesi ancora più affascinante che i Lycaeides elbani siano così diversi anche da Lycaeides bellieri da poter essere considerati una entità a se stante descritta come Lycaeides villai. E’ sempre un po‘ complicato stabilire se le differenze riscontrate tra popolazioni insulari siano sufficienti a individuare una specie a se stante o due popolazioni leggermente differenziate. L’analisi del DNA-barcoding per esempio non evidenzia alcuna differenza tra le popolazioni elbane e quelle sardo-corse. Però una cosa sembra certa: i Lycaeides elbani sono simili a quelli di Corsica e Sardegna, ma si sono differenziati dalle popolazioni originali; in questo senso sono unici al mondo. Un’esclusività che li rende importantissimi elementi di biodiversità ma anche terribilmente vulnerabili. Infatti l’area in cui la popolazione di questa specie vive è ristretta ai dintorni del Monte Capanne. Poiché si tratta di un elemento endemico che, per definizione, non esiste altrove non può contare su “rinforzi” da altre aree e, in caso di eventi particolari (vasti incendi, anni climaticamente sfavorevoli, arrivo di nuovi parassiti o competitori) e potrebbe ridursi improvvisamente fino a scomparire. Attualmente la popolazione del Monte Capanne non sembra essere in pericolo dato che, tra la fine di giugno e la metà di luglio, la specie è prevalente tra quelle presenti nell’area montuosa. Il maschio ha ali superiori azzurre con una larga banda nera al margine, la femmina ha ali brune con una lieve spolveratura azzurra. La vita larvale è quasi sconosciuta, ma in cattività è stata nutrita con piante di ginestra di cui i crinali del Monte Capanne sono ricchissimi. Mostra una sola generazione annuale tra giugno e luglio. In questo periodo è una delle specie più comuni sui pratelli del Santuario delle farfalle Ornella Casnati.

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Mercoledì, 15 Settembre 2021 08:26

Coenonympha corinna/elbana

Questo gruppo di almeno due entità occupa un areale limitato soltanto a Sardegna, Corsica, Arcipelago Toscano e litorale toscano. Vi sono state molte discussioni per decidere se si possano individuare due specie distinte o una specie soltanto. Prima della caratterizzazione genetica tramite DNA-barcoding il carattere distintivo sembrava risiedere nel disegno alare. Le popolazioni del litorale toscano, dell’Elba, del Giglio e di Giannutri hanno infatti ocelli grandi sulle ali posteriori, mentre le popolazioni di Sardegna, Corsica e Capraia hanno ocelli molto più piccoli. Ad un’analisi più approfondita però, questo carattere non identifica chiaramente due gruppi distinti di popolazioni; infatti la variazione della dimensione degli ocelli dalla Sardegna alla Toscana è graduale e gli individui di Capraia, descritti come sottospecie (Coenonympha corinna trettaui) mostrano ocelli di dimensione intermedia. L analisi di DNA-barcoding però hanno mostrato una situzione ancora diversa. Mentre Coenonympha elbana di Toscana, Elba e Giannutri mostrano un’impronta genetica costante in linea con la conclusione tassonomica basata sulla morfologia, le popolazioni di Capraia e Corsica sono molto diverse da quelle della Sardegna, tanto da far ipotizzare che vi possa essere una terza specie coinvolta in questo gruppo già complesso. Un dato molto preoccupante è l’assenza di questa farfalla dall’Isola del Giglio dove era segnalata almeno fino al 2000. Se la scomparsa di questa specie dall’Isola del Giglio venisse confermata sarebbe ipotizzabile prevedere un piano di ripopolamento. La larva si nutre di varie specie di erbe tra le quali sembra prediligere Brachipodium. Vola in due generazioni annuali, la prima tra maggio e la fine di giugno e la seconda da agosto a tutto settembre. Lungo il Santuario delle farfalle Ornella Casnati è una presenza costante ed è quasi impossibile non incontrarla sui pratelli di crinale.

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Mercoledì, 15 Settembre 2021 08:53

Giasone

Il Giasone (Charaxes jasius) è una tra le farfalle più spettacolari della fauna italiana. Le sue grandi dimensioni, il volo rapido, i suoi colori e la forma slanciata della ali ornate di ben quattro code, la rendono unica e inconfondibile. Gli individui difendono strenuamente i territori che si ritagliano nelle aree dove la macchia è alta ed è comune il corbezzolo, la pianta nutrice della larva. È molto facile osservarla anche intorno agli alberi carichi di frutti maturi, di cui succhia i liquidi zuccherini. È attratta da bucce di frutta, bibite dolci e bevande alcoliche, le larve invece si nutrono esclusivamente di corbezzolo. Questa farfalla è ancora piuttosto frequente nelle aree litoranee e la si può incontrare in tutte le isole dell’Arcipelago compresa Montecristo dove è stata osservata per la prima volta nel 2021. Gli adulti, simili nei due sessi, volano da maggio a ottobre in tre generazioni. Nel Santuario delle farfalle Ornella Casnati è abbastanza frequente un po’ in tutti gli ambienti.

Charaxes janus dapporto ok

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Mercoledì, 15 Settembre 2021 08:57

Sfingidi

Gli Sfingidi (famiglia Sphingidae) comprendono circa mille specie in tutto il globo con una maggiore diffusione nelle regioni tropicali. Le larve, se disturbate, tendono ad assumere una tipica posizione che le fa assomigliare a una sfinge, comportamento che ha dato nome alla famiglia. Le larve di molte specie sono inoltre caratterizzate dalla presenza di un uncino sulla parte terminale del corpo. Sia le larve che gli adulti mostrano in genere colori sgargianti e disegni contrastati che ne fanno una delle famiglie più spettacolari di falene. Gli sfingidi hanno abitudini generalmente crepuscolari o notturne, ma alcune specie, in genere di dimensioni relativamente piccole, volano quasi esclusivamente durante il giorno. Gli adulti presentano un aspetto simile a quello di un caccia bombardiere con ali sottili e corpo grande e affusolato. Queste caratteristiche, associate alla presenza di grandi occhi, rivelano la loro natura di grandi volatori. Gli Sfingidi infatti possono migrare tra l’Africa e l’Europa e riescono a nutrirsi senza posarsi sulle piante rimanendo fermi in volo come i colibrì. La Macroglossa è sicuramente la specie Europea più comune e diffusa che mostra questo comportamento. Queste falene possono avere una proboscide molto sviluppata come quelle lunghissime di Agrius convolvoli e Macroglossum stellatarum. Acherontia atropos invece ne possiede una breve e forte, adatta a perforare le celle delle api. Altre specie invece sono caratterizzate da proboscidi atrofiche e non si nutrono da adulti, come Marumba quercus e Mimas tiliae. A causa delle loro grandi capacità migratorie non è facile capire quali specie compiano l’intero ciclo vitale sulle isole dove vengono rinvenute e quali invece siano soltanto di passaggio. Nell’Arcipelago toscano sono note 10 specie molte della quali caratterizzate da grandi capacità dispersive che hanno permesso loro di attraversare i bracci di mare. L’isola d’Elba, più grande e meno isolata, ospita alcune specie in più delle altre isole molte delle quali svolgono sicuramente tutto il ciclo vitale sull’isola. La popolazione di Hyles dahlii presente a Pianosa e Giannutri merita una menzione particolare. Questa specie ha una distribuzione molto complessa in quanto la si ritrova in Sardegna, Corsica e nord Africa con popolazioni ibride nelle aree di contatto. La presenza di Hyles dahlii a Pianosa e Giannutri rappresenta una prima indicazione del forte, e ancora in parte oscuro legame, che unisce le isole Toscane con la Sardegna, la Corsica, la Sicilia e l’area Mediterranea occidentale e meridionale (Spagna e Maghreb). Hyles dahlii non è stata ancora segnalata in altre isole dell’Arcipelago e nella Toscana continentale, ma non è escluso che la si possa rinvenire in futuro.

 

Sfinge Testa di Morto (Acherontia atropos)

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Sfinge Testa di Morto (Acherontia atropos)

Sfinge Testa di Morto forbix

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Mercoledì, 15 Settembre 2021 08:58

Saturnidi

I Saturnidi (famiglia Saturniidae) comprendono molte delle più grandi specie al mondo di lepidotteri. Sono caratterizzate da spettacolari disegni sulle ali, spesso a forma di occhi o mezzelune. Questa famiglia comprende più di mille specie in tutto il mondo distribuite in prevalenza nelle regioni tropicali, volano prevalentemente nelle ore notturne, durante le quali si occupano esclusivamente della ricerca del partner e della deposizione delle uova, in quanto la spiritromba è assente o rudimentale e quindi non funzionale. La antenne, molto sviluppate, permettono a entrambi i sessi, e in modo particolare ai maschi, di percepire i potenziali partner anche a distanza di chilometri. In alcuni specie come nella Saturnia pavoniella, i maschi volano anche durante il giorno alla ricerca attiva delle femmine. I Saturnidi sono presenti soltanto all’Elba nell’Arcipelago Toscano con due specie: Saturnia pyri e Saturnia pavoniella. La prima è il lepidottero più grande d’Europa con un’apertura alare che può raggiungere i 15 centimetri. Saturnia pavoniella è molto più piccola e le femmine, più grandi dei maschi, raggiungono “appena” un’apertura alare di 7 cm. La larva di Saturnia pyri si nutre delle foglie di molti alberi da frutto e di pochi altri alberi, mentre Saturnia pavoniella si nutre di arbusti ed è facile incontrare gruppi di giovani larve nere sulle piante di rovo, pruno e biancospino. Al termine del periodo larvale i Saturnidi tessono un grande bozzolo ed alcune specie sono state impiegate in passato come produttori di seta, soprattutto in estremo oriente.

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