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Ubicazione

Difficoltà percorso

Giovedì, 12 Agosto 2021 07:45

Rospo comune

Il rospo comune (Bufo bufo) è un anfibio anuro ampiamente diffuso in tutta l’Italia continentale e peninsulare, in Sicilia e, nell’Arcipelago Toscano, all’Isola d’Elba. È una specie ad ampia valenza ecologica, in grado di tollerare una grande varietà di habitat, anche fortemente antropizzati. Tende comunque a predominare in ambiti forestali. Si ritrova dal livello del mare fino ad oltre 2000 m di altitudine. Gli adulti di lunghezza fino a circa 15 cm, hanno un grosso capo appiattito. La colorazione dorsale tende al marrone e all’ocra, con macchiatura bruno-nerastra. Il ventre è solitamente di colore chiaro uniforme. Gli occhi hanno iride giallo scuro o arancio e la pupilla è ellittica, allungata orizzontalmente. Il dimorfismo sessuale è piuttosto marcato: i maschi sono tendenzialmente più piccoli delle femmine, con gli avambracci anteriori decisamente più robusti. Durante il periodo riproduttivo, inoltre, sulle prime tre dita dell’arto anteriore dei maschi compaiono tubercoli di colore scuro detti callosità nuziali, utilizzati per trattenere la femmina durante l’accoppiamento. Le larve hanno corpo tondeggiante, completamente nero o marrone scuro e l’estremità della membrana caudale arrotondata. Il rospo comune è una specie ad attività principalmente notturna. Alle quote meno elevate è attivo quasi tutto l’anno. Nei periodi più freddi e durante il resto dell’anno, come rifugi diurni utilizza ripari di vario tipo, da cavità nel terreno, a tronchi, cavità nella roccia, manufatti umani. I girini sono prevalentemente erbivori (anche se non mancano casi di cannibalismo e di necrofagia), mentre dopo la metamorfosi gli adulti adottano una dieta completamente carnivora, cibandosi quasi esclusivamente di piccoli artropodi. Durante la stagione riproduttiva, da Febbraio-Marzo, gli animali migrano in massa dai rifugi invernali verso i siti di deposizione; questi sono solitamente pozze, bordi di laghi, fossi, aree riparate e calme lungo il corso dei torrenti, ma anche raccolte d’acqua di origine artificiale quali le vasche antincendio. I maschi arrivano per primi a tali siti, e cominciano a cantare per attrarre le femmine. Il canto è prodotto grazie al rigonfiamento di un’unica sacca posta a livello della gola. L’amplesso è ascellare (il maschio trattiene la femmina cingendola con gli arti anteriori a livello delle ascelle) e la femmina depone in acqua cordoni gelatinosi che contengono fino a 6000 uova disposte su due lunghe file.

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Pubblicato in Anfibi
Giovedì, 12 Agosto 2021 08:51

Rospo smeraldino

Il rospo smeraldino (Bufo balearicus) è un Anuro di medie dimensioni, tra i più grandi anfibi Italiani. È diffuso in gran parte delle nostra penisola, ma solo sino a basse quote (6-800 m s.l.m.). Nell’Arcipelago Toscano è presente solo all’Elba, nella zona sud orientale, nei pressi dell'area umida di Mola. Raggiunge i 13-14 cm di lunghezza corporea per oltre 60 g di peso. Il rospo smeraldino deve il proprio nome alle macchie di un verde brillante che ne coprono tutto il corpo. Queste macchie presentano frequentemente bordi aranciati o rossastri su un fondo biancastro o grigio chiaro. I maschi sono di dimensioni minori rispetto alle femmine, ma presentano maggiori dimensioni del capo e arti proporzionalmente più lunghi. Le larve hanno corpo tondeggiante, completamente nero o marrone scuro sul dorso e chiaro nella parte ventrale. L’estremità della membrana caudale è arrotondata. Specie abbastanza agile, si sposta camminando o con piccoli salti. Attivo prevalentemente di notte o in giornate coperte e molto umide, è peraltro visibile di giorno quando si reca in acqua per la riproduzione. Il Rospo smeraldino si ciba prevalentemente di artropodi del terreno, sebbene manchino studi specifici sull’argomento. I maschi si recano per primi ai siti di riproduzione e attirano le femmine cantando. Il canto è prodotto grazie al rigonfiamento di un’unica sacca posta a livello della gola. L’accoppiamento, ascellare, si compie in acqua e la femmina depone le uova in lunghi cordoni gelatinosi, disponendole in una sola fila. Ogni femmina può deporre da 5000 a 13000 uova. Il canto del rospo smeraldino è una sorta di trillo prolungato, che può essere udito anche a qualche km di distanza e che viene emesso dai maschi dall’acqua, durante il periodo degli amori. Il rospo smeraldino, se maneggiato, cerca di difendersi gonfiando il proprio corpo e spesso orinando in mano all’assalitore. Se strofinato, emette un odore che ricorda l’aglio.

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Sabato, 11 Settembre 2021 17:13

Endemismi animali

L’Arcipelago Toscano è ricco di endemismi animali. Si tratta nella maggior parte dei casi di invertebrati. Gli studi su questo enorme gruppo animale, anche a causa delle ridotte dimensioni della maggior parte delle specie e della difficoltà di osservazione, risultano particolarmente complessi. In particolar modo talvolta è così difficile identificare una specie che sono necessarie specifiche indagini genetiche. Il popolamento animale dell'Arcipelago Toscano viene suddiviso dagli zoologi in 3 contingenti. Quello più antico è rappresentato da specie legate a climi caldi, con molti elementi in comune con Sardegna e Corsica. Un secondo contingente, di cui fanno parte animali legati ad ambienti più freddi, sarebbe giunto nell'Arcipelago durante le glaciazioni dalle aree appenniniche. Il contingente più recente è rappresentato dalle specie importate, volontariamente o in modo accidentale, dall'Uomo in epoca storica. Gli endemismi appartengono ai primi due contingenti. Si tratta cioè di endemismi sardo-corsi, specie cioè che si trovano esclusivamente nelle isole ed in sardegna e Corsica oppure endemismi tirrenici, presenti cioè solamente nelle isole Toscane e sulle zone continentali vicine. Esiste poi un terzo tipo di endemismo, in cui la specie animale vive solamente su un'isola o in una parte di essa.

Pubblicato in Endemismi
Sabato, 11 Settembre 2021 17:31

Endemismi vegetali

La relativa vicinanza al continente ed il fatto che alcune isole dell’Arcipelago toscano, compresa l’Elba, siano rimaste unite per lunghi periodi, costituendo una sorta di promontorio proteso verso la Corsica, ha determinato una scarsa presenza di endemismi assoluti, ovvero di piante ed animali esclusivi di una o più isole. Ma, come spesso succede sulle isole, la tendenza alla speciazione e alla conservazione relittuale di specie altrove scomparse, è più forte rispetto alle aree continentali. Nello specifico le nostre isole ospitano una flora tipicamente a macchia mediterranea, con una notevole presenza di endemismi sardo-corsi, soprattutto nelle isole più occidentali, rimaste più a lungo isolate quali Capraia e Montecristo, nonché nella zona occidentale del Monte Capanne all’isola d’Elba. Fin dalla nascita, le isole dell’Arcipelago sono state condizionate dalla loro posizione intermedia tra il continente e le due grandi isole di Sardegna e Corsica. Alcune piante, superato il braccio di mare che divide la Corsica dall’Arcipelago, ne hanno colonizzato le aree più occidentali, tra queste ricordiamo il giglio stella (Pancratium illyricum), anche se la denominazione "giglio" mal si addice a questo splendido fiore candido che appartiene alla famiglia delle amarillidacee. Lo si può vedere fiorito in maggio sulle rocce e nelle valli umide nella parte sud occidentale del Monte Capanne e a Capraia. Anche la borragine di Sardegna (Borago pygmaea) fa parte di questo contingente di piante sardo-corse approdate su Capraia. Infine ricordiamo la menta di Montecristo (Mentha requienii), piccolissima labiata diffusa, oltre che in Sardegna e Corsica, anche nelle isole di Caprera, Maddalena e, naturalmente, Montecristo. Recenti ricerche hanno identificato questa menta anche a Capraia, dove però si presenta in una nuova sottospecie denominata bistaminata, a causa di una riduzione del numero degli stami e dei lobi corollini. La componente endemica esclusiva delle isole toscane appartiene a poche specie che si stanno rapidamente evolvendo, per lo più facenti parte dei generi Limonium e Centaurea. Alcune specie del genere Limonium presentano piccole differenze difficilmente rilevabili ad occhio nudo ed hanno il loro areale ristretto al territorio di una sola isola, da cui prendono il nome, come Limonium ilvae per l’Elba, L. dianium per Giannutri, L. gorgonae per Gorgona, L. planesiae per Pianosa. Vi è una specie, L. doriae, esclusiva degli scogli delle Formiche di Grosseto; a Giglio e a Giannutri vive L. multiforme var. sommieriana, mentre a Capraia troviamo di nuovo un endemismo sardo-corso, L. contortirameum. Tutte queste specie hanno la straordinaria capacità di colonizzare i primi tratti di scogliera, dove sono raggiunte dagli spruzzi d’acqua marina: una condizione che pochissime piante rupicole riescono a sopportare. Per quanto riguarda il genere Centaurea, l’Arcipelago toscano vanta tre endemismi esclusivi: C. gymnocarpa, dalle foglie di un bel grigio perla, denominata anche fiordaliso di Capraia è presente solo sulle scogliere settentrionali di quest’isola; mentre le altre due specie vivono all’Elba e si distinguono facilmente perché occupano due areali differenti: il fiordaliso dell’Elba (Centaurea aetaliae) si rinviene nella parte centro-orientale dell’isola; il fiordaliso del Capanne (Centaurea ilvensis), è invece diffuso solo sulla montagna e si spinge fino alle scogliere di Punta Nera, estremo occidentale dell’isola. La montagna dell’Elba custodisce anche un altro endemismo: Viola corsica subsp. ilvensis, che condivide col fiordaliso lo stesso habitat. Dal tipico colore cobalto può sfumare in un turchino chiarissimo o in un giallo saturo, fino al bianco candido. Splendide le fioriture di maggio all’interno dei cuscini spinosi della ginestra Genista desoleana. Infine, recentemente sulla montagna elbana (M. Capanne) è stato scoperto un nuovo endemita che fiorisce all’inzio della primavera: lo zafferano dell’Elba (Crocus ilvensis). Ma se tra tutte dovessimo scegliere una pianta a rappresentare la flora dell’Arcipelago, la scelta cadrebbe sicuramente sulla linaria (Linaria capraria). Essa vive su cinque delle sette isole: Elba, Capraia, Giglio, Montecristo, Pianosa e su alcuni isolotti; è molto diffusa sulle scogliere e sulle rupi dell’entroterra, come sulle mura degli antichi borghi insulari.

Zafferano dell'Elba (Crocus ilvensis) - Specie endemica Elba occidentale

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Sabato, 11 Settembre 2021 17:47

Specie animali aliene

L'identificazione e il monitoraggio delle specie aliene animali sulle isole non è di facile esecuzione specialmente per gli animali più piccoli e difficili da osservare. Da un censimento effettuato nell'ambito del Progetto Corem risultano introdotte nell'Arcipelago Toscano 18 specie di invertebrati (11 insetti e 7 molluschi terrestri) e 18 di vertebrati (3 rettili, 4 uccelli, 11 mammiferi). Tra gli insetti la farfalla Licenide dei gerani (Cacyraeus marshalli) ed il coleottero Curculionide Tarlo dell'Eucalipto (Gonipterus sp.). Tra i molluschi terrestri Marmorana muralis e Paralaoma servilis. Gli uccelli introdotti nell'Arcipelago Toscano sono invece il Fagiano comune (Phasianus colchicus), la Coturnice orientale (Alectoris chukar), il Parrocchetto dal collare (Psittacula krameri) e la Pernice rossa (Alectoris rufa). Tra i mammiferi il Riccio europeo (Erinaceus europaeus), il Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus), la Lepre europea (Lepus europaeus), il Ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus), il Ratto nero (Rattus rattus, il Topolino domestico (Mus musculus), l'Istrice (Hystrix cristata) di cui però non è certa la presenza, il cinghiale (Sus scrofa), il Muflone (Ovis aries), la capra di Montecristo (Capra hircus), gatto domestico rinselvatichito (Felis catus). Il Parco Nazionale è intervenuto riducendo o eliminando alcune di queste specie. In particolare il Ratto nero è stato eliminato totalmente nel 2007 dall'Isola di Giannutri e nel 2012 dall'Isola di Montecristo. Si tratta di due interventi particolarmente impegnativi di cui hanno tratto a breve termine notevole beneficio alcune specie di uccelli marini di interesse conservazionistico, con un netto miglioramento del successo riproduttivo in particolare per la Berta minore (Puffinus yelkouan). Importanti interventi di riduzione del Ratto nero sono stati realizzati anche a Pianosa dove si è intervenuti anche per la riduzione delle popolazioni della Pernice rossa ibridata con la Coturnice orientale, del Fagiano comune (Phasianus colchicus) e del Riccio (erinaceus europaeus). Il Parco Nazionale è poi impegnato fin dalla sua istituzione nel tentativo di ridurre le popolazioni di ungulati (cinghiali e mufloni) dell'Isola d'Elba che causano gravi danni alle colture agricole e agli ecosistemi. Discorso a parte merita la Capra di Montecristo che pur essendo stata introdotta dall'uomo ha un'interesse conservazionistico in quanto l'introduzione è avvenuta in epoca storica, circa 7.000 anni fa, ed è considerata l'unica popolazione italiana di Capra che vive allo stato selvatico.

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Sabato, 11 Settembre 2021 17:52

Specie vegetali aliene

Il numero delle specie vegetali introdotte nell'Arcipelago Toscano è nettamente superiore rispetto a quelle animali. Spesso infatti le piante si propagano dai giardini nei quali vengono introdotte a scopo ornamentale. Tra le specie vegetali aliene invasive una delle maggiori emergenze mondiali è l'Ailanto (Ailanthus altissima). Si tratta di un albero originario della Cina, delle isole Molucche e del Vietnam del Nord introdotto in Europa a partire dal 1743. E' una specie pioniera che colonizza aree denudate, preferibilmente quelle antropizzate e degradate, ma si trova anche in habitat naturali e seminaturali, nei quali riesce ad interrompere la naturale successione. Il Parco Nazionale nell'ambito del Progetto LIFE Montecristo 2010 è intervenuto eliminando quasi completamente questa specie dall'Isola di Montecristo ). Nell'ambito del medesimo progetto sono state eliminate del tutto da Pianosa le specie aliene invasive Acacia pycnantha, Acacia saligna, Carpobrotus acinaciformis e non del tutto Senecio angulatus e Ailanthus altissima. Con il progetto Resto con Life è stata fortemente ridotta la presenza delle specie aliene invasive Carpobrotus spp., opuntia phaeacantha, mesembrianthemum cordifolium, senecio angulatus a Giannutri e di Eucalyptus camaldulensis. E' stata invece del tutto eliminata da Pianosa la specie aliena invasiva casuarina equisetifolia

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Sabato, 11 Settembre 2021 18:39

Coralligeno

 

Il coralligeno è una biocenosi creata dall’attività di organismi che producono strutture di carbonato di calcio ed è tipica dei fondali rocciosi del Mar Mediterraneo. Il termine "coralligeno" ha origine da un equivoco, nell’800 era infatti facile incontrare nella reti a strascico che pescavano su fondali di una certa profondità rametti di corallo rosso (Corallium rubrum) da cui deriva il nome. Oggi sappiamo, che il vero corallo non caratterizza questa formazione, ma ne fa parte solo occasionalmente prediligendo le zone di maggiore ombrosità come le grotte. Gli organismi costruttori di questa struttura massiva sono alghe, calcaree e non, appartenenti sia al gruppo delle verdi sia a quello delle alghe rosse corallinacee. Tra gli animali costruttori ci sono le spugne, le madrepore, le gorgonie, i briozoi, i bivalvi e gli anellidi. Tutti insieme formano un agglomerato costituito dalle porzioni carbonatiche delle strutture portanti degli organismi, si tratta quindi di una roccia fragile con tanti canaletti, vacuoli e cavità, substrato ottimale per la successiva colonizzazione da parte di numerosissime specie di organismi vegetali ed animali. Secondo la pendenza del fondale si formano diversi tipi di coralligeno. In pareti verticali si forma uno strato di roccia biogenica con uno spessore superiore al metro e con creste orizzontali interrotte da caverne che creano l’immagine di uno "scaffale gigante". In fondali poco inclinati il coralligeno crea cupole, colonne e ponti alti fino a due metri che vanno a ricoprire aree di centinaia di metri quadrati. Le strutture coralligene hanno un loro ciclo vitale: creazione, accrescimento ed erosione. Dopo la nascita, della struttura carbonatica iniziale, alcuni animali come spugne, bivalvi, gasteropodi ecc. scavano, creando nuove cavità e asportando parte del materiale; d’altro canto, la deposizione di particelle minerali ed organiche, apportate dalle correnti o catturate da animali filtratori, esercita un’operazione di accumulo che lentamente riempie i vuoti formati. La compattazione di sedimenti e di frammenti di conchiglie o altri materiali calcarei di origine organogena, il concrezionamento ad opera di alghe, briozoi e vermi tubolari e la distruzione contemporanea tramite l’azione di molti organismi perforatori, fa ricordare immediatamente i processi di costruzione e deterioramento della barriera corallina dei mari tropicali. Tanti ricercatori parlano del coralligeno come di un vero e proprio reef e studi recenti hanno rivelato una eccezionale biodiversità addirittura comparabile con quella della barriera corallina. Non sappiamo molto riguardo all’età delle strutture, ma datazioni col radio carbonio hanno stimato una velocità di accrescimento pari a 0,5 mm l’anno, che suggerisce una età variabile tra i 4.000 e 10.000 anni. Intorno alle isole dell’Arcipelago toscano si rinvengono forme di coralligeno che, naturalmente, dipendono dalle caratteristiche geomorfologiche dei fondali marini. Sulle coste ripide, come quelle dell’isola del Giglio e di Montecristo si trovano pareti incrostate di uno strato coralliginoso; mentre all’isola d’Elba si hanno aree con banchine coralligene estese per qualche centinaio di metri quadrati. Il coralligeno è un habitat molto ricco ed unico e quindi merita un’attenzione speciale. Le ancore delle barche possono strappare interi blocchi e le reti da pesca, spesso, danneggiano i sottili organismi sessili che si trovano sulla loro superficie, distruggendo in un momento quello che la natura ha costruito in tanto tempo e con tante energie.

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Sabato, 11 Settembre 2021 18:39

Posidonia oceanica

Se passeggiando sulla spiaggia si incontrano cumuli color marrone di sostanza vegetale che seccano al sole, o se mettendosi la maschera si osserva un prato sommerso che ondeggia come grano al vento, allora ci siamo imbattuti nella posidonia (Posidonia oceanica), una pianta marina che non ha niente a che vedere con le alghe con cui è erroneamente confusa. La posidonia è una "pianta superiore" endemica del Mar Mediterraneo e per trovare altre sue congeneriche occorre raggiungere le coste meridionali dell’Australia. Generalmente è presente dalla superficie marina fino a circa 30-40 metri, dove normalmente trova condizioni di illuminazione sufficiente a svolgere la fotosintesi. Colonizza substrati molli a sabbia o detriti e, grazie a questa sua esigenza ecologica, interrompe la monotonia dei fondali sabbiosi, andando a costituire delle vere proprie "oasi" per molte alghe ed animali. Le funzioni della prateria a posidonia sono molteplici e di fondamentale importanza per la vita dell’ambiente marino. In primo luogo può essere definita il "polmone verde" del Mediterraneo, grazie alla capacità di ossigenare le acque producendo di media 14 litri di ossigeno al giorno per metro quadro. E’ inoltre fondamentale per la sopravvivenza di numerose specie di pesci, molluschi, echinodermi, crostacei ecc., che la utilizzano come un vero e proprio asilo nido deponendovi le uova, sicuri del nascondiglio offerto dal denso fogliame. Infine è di importanza basilare la protezione operata dalle praterie nei confronti dell’erosione delle coste che si esplica con la creazione di una vera e propria barriera utile ad attenuare la forza delle onde. La posidonia però è costantemente minacciata da azioni compiute dall’uomo: la pesca a strascico, ad esempio, danneggia in modo irreparabile le sue piante; l’ancoraggio selvaggio delle barche, strappando grandi quantità di foglie e fusti, crea delle ferite che, con il passare del tempo, tendono ad allargarsi, minando la struttura stessa della prateria. Inoltre la sensibilità di questa pianta all’inquinamento chimico e organico, la fa ritenere un buon indicatore biologico della qualità delle acque, ma la mette in pericolo perché continuamente attaccata da molteplici fattori. Ben presente sui fondali dell’Arcipelago toscano è un buon testimone che certifica la qualità di questo ambiente. Pianosa registra la prateria di posidonia più importante del Tirreno settentrionale, con un'ampia fascia che circonda l’isola colonizzata da densi fasci di foglie. Gorgona, Capraia, Montecristo, Giglio e Giannutri vedono invece la prateria ridotta ad una zona costiera, vista la pendenza di fondali rocciosi che sprofondano velocemente nel blu e la scarsa quantità di baie con basso fondale. Anche all’Elba è possibile osservare normalmente questa pianta e le praterie sono più o meno in buono stato in dipendenza di localizzazioni specifiche e quindi di ambienti più o meno favorevoli. La Posidonia oceanica è una pianta marina, appartenente alle fanerogame è caratterizzata dall'avere una struttura suddivisa in organi, ciascuno con funzioni specializzate: le radici, con la funzione di assorbire sostanze nutrienti ed ancorarla al terreno; il fusto o rizoma, che sostiene e trasporta le sostanze dalle radici alle foglie e viceversa; le foglie, che svolgono la fotosintesi e i fiori proposti alla fase riproduttiva. Il rizoma lignificato può accrescersi sia in senso orizzontale che verticale, dal fusto orizzontale si sviluppano ad intervalli regolari, ventralmente, ciuffi di radici e, verso l’alto, porzioni di fusto verticale a sostegno dei fasci di foglie. Quest’ultime, nastriformi, sono organizzate in fasci di 5-6 elementi che possono arrivare alla lunghezza record di circa 1 metro. Ogni foglia risulta costituita da due parti, una basale non pigmentata, che rimane sulla pianta anche dopo la caduta, ed una verde che costituisce la superficie fotosintetizzante. La loro crescita avviene con formazione di nuovo tessuto dalla base e per questo l’apice, che costituisce la zona più vecchia, si colora di marrone e viene colonizzato da una varia comunità di organismi vegetali ed animali. Lo sviluppo verticale impedisce l’insabbiamento delle piante e crea insieme alle radici e ai rizomi striscianti un fitto intreccio che favorisce il processo di consolidamento delle sabbie con la crescita di una sorta di terrazzi o isolotti detti "matte", che possono raggiungere spessori di qualche metro anche se con una crescita media di 1 metro ogni cento anni. Il metodo principale di riproduzione avviene per via asessuata con la "stolonizzazione" e per via sessuata attraverso fiori ermafroditi. Il fiore, costituito infatti da una parte maschile ed una femminile, è riunito in infiorescenze poste su uno stelo inserito al centro del ciuffo di foglie. Una volta fecondato, nel periodo estivo, si sviluppa il frutto detto, per la sua forma, "oliva di mare" che grazie alle sue proprietà galleggianti favorisce la dispersione della specie. Un altro particolare prodotto della posidonia che si ritrova spiaggiato è costituito dalle "palle di mare" o aegagropile, infatti la loro analisi rivelerà la presenza di un ammasso di residui di fibre di foglie, che cadute sul fondo del mare vengono appallottolate dal costante movimento delle onde di risacca.

Pubblicato in Ambiente marino
Domenica, 12 Settembre 2021 20:50

Discoglosso sardo

Il Discoglosso sardo (Discoglossus sardus) è un anfibio anuro endemico del Mediterraneo, presente in Italia solamente in Sardegna e isole parasarde, sul Monte Argentario e, nell’Arcipelago Toscano, nelle isole del Giglio e di Montecristo. Vive in una grande varietà di ambienti, preferibilmente ricchi di vegetazione, dal livello del mare fino a quote più elevate. È estremamente legato all’acqua o, comunque, a microhabitat ricchi di umidità quali fessure nelle rocce, muschi e cavità naturali o di origine antropica. In acqua si trattiene di regola sul fondo o nascosto sotto i sassi o tra la vegetazione, piuttosto che in superficie. Dove presente è estremamente abbondante, e non disdegna habitat antropizzati. La taglia corporea è decisamente piccola (gli individui di maggiori dimensioni raggiungono i 7-8 cm di lunghezza), la testa è triangolare con muso arrotondato. La colorazione dorsale è estremamente variabile da individuo a individuo, sui toni del grigio, del marrone e del crema, con marezzatura irregolare bruno-verdastra. L’unica costante nella colorazione è la presenza di due macchie bronzee o dorate, la prima tondeggiante e situata sul dorso poco posteriormente all’attaccatura degli arti anteriori e la seconda, triangolare, a ricoprire il muso fra gli occhi e le narici. Il ventre è invece sempre di colore chiaro e uniforme. Gli occhi hanno iride dorato e la pupilla è a forma di goccia rovesciata. Non sono note particolari differenze fra i due sessi che riguardino taglia o colorazione corporea, ma i maschi hanno membra anteriori più robuste e, durante il periodo riproduttivo, sviluppano delle callosità nuziali sulle dita delle zampe anteriori. I girini, specialmente nelle prime fasi dello sviluppo, hanno corpo tondeggiante e sono di colore bruno con marezzatura bronzea nelle parti ventrali. L’estremità della membrana caudale è arrotondata. All’inizio della metamorfosi il colore delle larve tende a schiarire e, assieme agli arti posteriori, fanno la prima comparsa le macchie bronzee dorsali e cefaliche. I girini sono prevalentemente erbivori (anche se non mancano casi di cannibalismo e di necrofagia), mentre dopo la metamorfosi gli adulti adottano una dieta completamente carnivora, cibandosi di piccoli artropodi, ma anche di lucertole. Contrariamente alla maggior parte delle altre specie di anuri, la lingua del discoglosso è spessa e pressoché circolare (da qui il nome della specie), e non può essere protrusa per la cattura delle prede. È una specie ovipara. Il discoglosso sardo rimane ancora sconosciuto per molti aspetti della biologia riproduttiva e dello sviluppo embrionale e larvale. La stagione riproduttiva presumibilmente si estende dalla primavera alla tarda estate (i girini vengono osservati in acqua talvolta fino all’inizio dell’autunno). Non sembrano esistere particolari esigenze che riguardino la tipologia dei siti di deposizione: uova e larve vengono infatti trovate indifferentemente in acque stagnanti, correnti, ricchissime di vegetazione oppure quasi del tutto prive di copertura vegetale, in vasche artificiali e persino in canali inquinati da scarichi fognari. I maschi attirano le femmine cantando, anche sott’acqua. L’amplesso è lombare (il maschio trattiene la femmina cingendola con gli arti anteriori a livello della regione lombare) e le uova, piccole e nerastre, sono deposte a centinaia sul fondo a formare uno strato pressoché uniforme.

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Pubblicato in Anfibi
Domenica, 12 Settembre 2021 20:57

Raganella tirrenica

La raganella tirrenica (Hila sarda) è un Anuro di piccole dimensioni diffusa in Corsica, Sardegna e parte delle loro isole satelliti, a Capraia e all’Isola d’Elba. Una volta considerata una sottospecie della raganella (Hyla arborea), è stata da diversi anni riconosciuta come buona specie e rappresenta un taxon endemico dell’area tirrenica insulare. Raggiunge i 4-7 cm di lunghezza corporea e circa 4-6 g di peso. La raganella tirrenica presenta un’ornamentazione generalmente verdastra o grigio-bruna con frequenti piccole, ma visibili macchie e marezzature di colore più scuro, a volte a formare un disegno molto marcato. Caratteristica unica tra gli anuri italiani, è la conformazione dell’apice delle dita: esse presentano un disco digitale che consente una particolare ed efficiente adesione alle superfici più varie e permette alla raganella di arrampicarsi e aderire a foglie, rami arbusti. I maschi, sono di dimensioni inferiori rispetto alle femmine, ma presentano in genere arti proporzionalmente più lunghi. Le larve, di colore giallo paglierino, sono molto facili da riconoscere, rispetto a quelle degli altri anuri dell’Arcipelago; in fase di sviluppo avanzato, oltre al colore sempre più simile a quello degli adulti e dei neometamorfosati, hanno gli occhi in posizione laterale. Le raganelle si cibano di insetti e altri artropodi che trovano su foglie e cespugli. È una specie strettamente terrestre e arboricola, molto agile, in grado di compiere salti notevoli da un ramo a un altro. È attiva di giorno e di notte, canta da posizioni elevate, anche durante le ore calde della giornata in piena estate, ma preferenzialmente la si ode dal crepuscolo e in piena notte, e di giorno in giornate particolarmente umide, a volte anche mentre piove. L’accoppiamento, inguinale, si compie in acqua e la femmina depone le uova in piccoli ammassi di poche decine di uova, in acqua ferma, anche di bassa profondità, a volte in pozze temporanee, avvallamenti, nelle tracce di pneumatici, in colatoi e abbeveratoi. Il canto di Hyla sarda (solo i maschi cantano) ricorda e assomiglia a quello della raganella italiana (Hyla intermedia) o della raganella europea (Hyla arborea) a conferma della derivazione da un comune antenato: è un trillo intervallato, che parte a bassa intensità, cresce rapidamente sino a raggiungere un tetto massimo caratterizzato da massima frequenza e intensità. Le raganelle cantano in cori e gli esemplari in canto si sincronizzano spesso su un cantore principale, tanto che a volte è di fatto impossibile per il nostro orecchio capire il numero di individui in attività. Il canto viene emesso facendo gonfiare un sacco golare, spesso di colore diverso dal resto del corpo, normalmente giallastro o grigiastro.

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