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La macchia mediterranea

Le isole dell’Arcipelago toscano, come la gran parte delle altre isole e delle zone costiere del Mediterraneo, sono caratterizzate dalla presenza di quella particolare associazione vegetale chiamata "macchia mediterranea". Si tratta di vegetazione spontanea, ma, nel caso del Mediterraneo, è anche il risultato di una pesante azione dell’uomo sull’ambiente. La "storia" della macchia mediterranea s’intreccia infatti con quella dell’uomo, quando, uscendo dalla preistoria, incomincia a coltivare la terra e ad allevare animali. Progressivamente, prima nel vicino Oriente, poi nel bacino del Mediterraneo, si svilupparono le grandi civiltà dell’età antica e classica, le quali basavano le loro potenti economie sul lavoro degli schiavi e sullo sfruttamento delle risorse naturali, allora abbondantemente disponibili. Una conseguenza di questo fiorire di civiltà, fu l’impoverimento della copertura vegetale originaria e la crescita di un bosco secondario che prenderà appunto il nome di "macchia mediterranea". La vegetazione originaria era costituita da leccete: foreste ombrose a Quercus ilex, con alberi poderosi che potevano raggiungere i venti metri d’altezza e l’età di 400 anni.

Il rado sottobosco era costituito da poche specie vegetali, capaci di vivere all’ombra cupa di quei giganti; gli arbusti e suffrutici che oggi osserviamo nella macchia, occupavano in quel tempo territori marginali, nei pressi di spiagge e scogliere, lasciando al leccio il dominio sul resto del territorio. Anche se non esistono più foreste di leccio che non siano mai state tagliate dall’uomo, si possono ammirare in alcune località del Mediterraneo, boschi di leccio d’alto fusto che danno l’idea di cosa doveva essere il primitivo ambiente vegetale. Il taglio, ripetuto negli anni, ha diradato la fitta coltre di chiome, permettendo ad arbusti "meno esigenti", in fatto di terreno, di prendere il posto dei grandi lecci. Proprio nel suolo si evidenzia una fondamentale differenza tra la lecceta originaria e la macchia: mentre nella foresta di lecci vi è un suolo umido e di notevole spessore, nella macchia si osserva di solito un terreno arido e povero, conseguenza del dilavamento provocato dall’acqua piovana, che trova una minore resistenza nella copertura vegetale più rada. Non è stato facile sradicare le piante di leccio; infatti, quando l’albero viene tagliato, rami secondari, chiamati "polloni", ributtano dal ceppo principale e vanno a formare un bosco ceduo molto simile a quello d’alto fusto. Col passare del tempo, se non vi saranno nuovi tagli o, peggio, incendi, i lecci nati dal seme prenderanno di nuovo il sopravvento e, in tempi difficili da determinare, si ricostituirà la foresta d’alto fusto.

Purtroppo, attualmente, i boschi di leccio non hanno avuto il tempo di riprendersi al punto da ricostituire il climax originario. Col passare del tempo il degrado del manto vegetale e del suolo hanno dato origine a differenti tipi di macchia, pertanto si parla oggi di "macchia alta", "macchia bassa" e "gariga", per definire fasi successive di abbassamento della copertura vegetale. Per "macchia alta" s’intendono boschi con cedui di leccio (Quercus ilex) e talvolta lecci d’alto fusto insieme ad arbusti come il corbezzolo (Arbutus unedo) e l’orniello (Fraxinus ornus), inoltre, possono essere presenti anche l’alaterno (Rhamnus alaternus) e la sughera (Quercus suber) in conseguenza dell’esposizione, dell’umidità del luogo e di altri elementi che determinano il micro habitat. Nella "macchia bassa" si incominciano a notare piccoli arbusti e suffrutici che ci indicano un maggiore degrado; il leccio diventa sporadico, mentre la scopa (Erica arborea, E. multiflora, E. scoparia), diventa più frequente insieme al lentisco (Pistacia lentiscus) e ad altri arbusti resistenti alla siccità estiva quali il mirto (Myrtus communis), la ginestra (Spartium junceum, Cytisus scoparius e Calicotome spinosa), la fillirea (Phillyrea angustifolia) ed il viburno (Viburnum tinus).

Gli incendi e il pascolo riducono a tal punto la vegetazione che pochi arbusti riescono a colonizzare suoli così impoveriti: ci troviamo nella "gariga", che nell’Arcipelago è in prevalenza a cisto, Cistus incanus, C. salvifolius e C. monspeliensis, dove tra le altre predomina l’ultima specie, il cisto marino, dalle foglie resinose e dall’effimera fioritura primaverile e sulle cui radici cresce l’ipocisto (Cytinus hypocistis). Piante adattate alle dure condizioni delle scogliere e dei campi abbandonati, come il rosmarino (Rosmarinus officinalis) fioriscono insieme alla lavanda selvatica (Lavandula stoechas) e ad altre piante altrettanto resistenti a condizioni estreme, quali l’elicriso (Helichrysum litoreum) ed il ginepro (Juniperus communis, J. oxycedrus e J. phoenicea), oltre ad alcune specie estremamente specializzate come il finocchio di mare (Crithmun maritimum) e la cineraria (Senecio cineraria). Il successivo stadio di degrado porta alla steppa a graminacee, anch’essa diffusa in molte zone delle nostre isole. Infine, quando anche la steppa sarà eliminata, ecco affiorare la roccia madre: deserti rocciosi come ve ne sono molti nelle isole e sulle coste del Mediterraneo.

 

 

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